Michele Andonaia -Sinistra e complessità-

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Uno dei compiti dell’essere di sinistra è saper leggere la complessità della società nella quale viviamo e provare a dare delle risposte che non abbiano la dimensione della semplicità ma che sappiano essere adeguate alle domande e alle istanze che la complessità ci propone quotidianamente. Il secolo breve che ci siamo lasciati alle spalle ha evidenziato, con drammaticità, le differenze e le diseguaglianze sociali emerse nel mondo occidentale fomentando lo iato tra una economia di mercato e capitalistica sempre meno umana e una difficile, spesso impossibile, rincorsa al socialismo reale in vari sistemi politici. Ma il ‘900 è stato anche un formidabile incubatore di ideologie che hanno scavato nel profondo i solchi divisivi tra le fazioni politiche. La complessità di una società risiede nella sua articolazione a strutture, non necessariamente piramidale, che crea grovigli nei quali si incagliano i rapporti

sociali, le strutture politiche e il variegato e fondamentale mondo del lavoro. Destra e sinistra si sono fronteggiati per anni, alimentati dal contesto storico che dalla seconda rivoluzione industriale è sfociato nella I guerra mondiale e attraverso i nazionalismi dittatoriali successivi alla II guerra mondiale per poi confluire nell’infinita guerra fredda, guardandosi in cagnesco e provando a leggere la complessità della società con ricette totalmente differenti. La bandiera della giustizia sociale ha accompagnato le battaglie della sinistra italiana alla ricerca di migliori condizioni di vita degli operai, con la costruzione di un welfare moderno e alla portata di tutti e con l’insostituibile necessità di un’istruzione libera, democratica e gratuita per ogni cittadino. Sono stati anni di incredibile crescita sociale ed economica, anche grazie all’apporto insostituibile del sindacato, in un Italia però travagliata dalle lotte ideologiche e dal terrorismo di Stato o di Sinistra. Ma la Sinistra era tra la gente e per la gente. Eravamo riconosciuti e riconoscibili, nonostante la becera campagna denigratoria, come paladini dei diritti degli ultimi, degli indifesi. Eravamo la voce di chi non aveva voce.

La rapidissima fine del ‘900 ha dato l’avvio al neoliberismo e frastornato una sinistra che nello tsunami di un mondo in vorticoso cambiamento non ha saputo leggere le indicazioni verso il terzo millennio. Lo scioglimento dei vecchi organismi politici ha creato dei nuovi contenitori, troppo spesso eterogenei e senza un disegno comune. Abbiamo avuto paura di usare finanche la parola ideologia, troppo ancient per le nuove leve, ma soprattutto gran parte della sinistra italiana e europea si è ostinata nella ricerca di una terza via, da Tony Blair a Bill Clinton, come risposta alla globalizzazione nell’utopica convinzione di fondere istanze keynesiane con proposte neo liberiste. Il risultato più evidente, tralasciando il giudizio sulla sinistra liberale, è stato quello di non avere avuto più la consapevolezza di leggere la complessità della società con risposte articolate. Troppo spesso, abbiamo inseguito la destra sul loro stesso terreno e non ci siamo opposti alla mercificazione industriale dell’istruzione e della cultura, alla privatizzazione e impoverimento della sanità pubblica, alla precarizzazione del lavoro con scelte liberiste. Non siamo stati più per la gente e con la gente. E abbiamo ascoltato solo la nostra voce. Abbiamo affrontato i primi decenni del nuovo secolo, e la relativa crisi economica, con lacerazioni intestine. Il modernismo ci ha travolti e non abbiamo saputo dare chiare indicazioni al leaderismo personale che si stava diffondendo in politica. Ci siamo piegati al politcal correct, tralasciando i nostri interlocutori storici e guardando con troppo interesse al mondo della finanza e del capitale. Col rischio di diventare anacronistici, troppo spesso le nostre scelte politiche non hanno più saputo incontrare il favore di quello che una volta veniva chiamato il popolo della sinistra. Non è facile leggere il mondo moderno e la sua complessità. La classe operaia, che dalla fine dell’800 a tutto il novecento era stata la spina dorsale della società, non esiste più, o è radicalmente mutata.  La globalizzazione ha imposto lo smart working e la depersonalizzazione dell’individuo. Le grandi idee sociali danno fastidio, perché sono viste come gabbie mentali che mortificano la libertà. Lo stesso concetto di libertà e di emancipazione, che la sinistra ha sempre colto nella dignità del lavoro che eleva il cittadino, si è diluito stemperandosi in un vuoto simulacro. In questo contesto, accanto ai rigurgiti neonazionalisti, si sono affermate associazioni, si legga bene non partiti, che si definiscono post-ideologici.

Il compito di una sinistra moderna è saper accettare le sfide del terzo millennio con risposte adeguate ai contesti e alla propria storia.  È saper mettere in campo le donne e gli uomini migliori per una rinascita etica della società. Bisogna dare risposte di sinistra ad una destra sempre più fascista e nazionalista che gioca con la pancia della povera gente, con le paure del diverso. Non dobbiamo avere paura di affermare la nostra visione della realtà, anche quando sembriamo impopolari. Non possiamo arretrare davanti a temi che appartengono al nostro DNA. Il rispetto e l’integrazione dello straniero, delle donne, del diverso devono essere, nel rispetto delle leggi, un nostro cavallo di battaglia. Senza se e senza ma. Come la sacralità del lavoro e la lotta al precariato e alle decine di contratti interinali che mortificano la dignità del lavoratore oltre a generare insicurezza sul futuro. Il coronavirus ha smascherato anni di malasanità voluta sia dai governi centrali che regionali. Solo ora, dopo migliaia di morti, si è capito che non si possono tagliare posti nella sanità, che medici e infermieri sono fondamentali e che le strutture ospedaliere devono essere moderne e efficienti. Altro che apertura selvaggia al privato e turni di attesa biblici per i malati della sanità pubblica. Anche questo va detto con nettezza. Il welfare sanitario pubblico deve essere un mantra della sinistra. Inoltre, la mortificante situazione dell’istruzione pubblica nel nostro Paese. Abbiamo, purtroppo, anche noi sposato l’idea di una istruzione piegata alle logiche di mercato, deprivata dal suo ineludibile ruolo di fucina di cultura e generatrice di cittadini liberi e consapevoli. Il sapere è diventato un orpello, un companatico ipocalorico da lasciare nel piatto. Infine, non dobbiamo lasciare ad altri le battaglie sulla green economy e sulla qualità dell’ambiente. In poche parole, il concetto di giustizia sociale ci deve riaccompagnare per rilanciare la sfida della sinistra ad un mondo nuovo.

Ma, soprattutto, la sinistra deve fare tutto questo stando tutta insieme. Le sfide del futuro, anche quello nebuloso post Covid-19, ci impongono di creare un orizzonte comune della sinistra italiana. Non è più tempo delle divisioni senza motivo, cavillose e pretestuose. Ridiamo voce a chi voce non ha.

Permettetemi di concludere con due saluti. Il primo ad Aldo Masullo, filosofo, compagno, amico. Un giorno gli chiesi: “Aldo si può essere ancora marxisti?”. Con la sua saggezza mi guardò e quasi sottovoce mi disse: “Se il marxismo ha fallito come categoria politica, resta comunque una categoria filosofica. Certo, puoi ancora essere marxista!”. Addio Aldo.

L’altro saluto è ad una donna che non conosco. Silvia Romano. Bentornata Silvia e grazie del tuo sorriso. Grazie soprattutto perché ancora una volta hai sottolineato il confine tra essere di sinistra e di destra. Essere donna, volontaria, musulmana da ancora fastidio a molti fascistelli in questo Paese. A me è bastato sapere che stavi bene. Un abbraccio Silvia.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”