Michele Andonaia – Lo Statuto dei Lavoratori

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Compie cinquant’anni lo Statuto dei Lavoratori, ma non è una celebrazione. Dieci lustri possono essere tantissimi o pochi per misurare l’effettiva importanza di uno strumento che ha radicalmente cambiato la storia del lavoro nel nostro Paese. Qualcuno scrisse in quei giorni che finalmente la Costituzione era entrate nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro. Furono anni difficili quelli del secondo dopoguerra, anni di ricostruzione dalle macerie, anni di riedificazione di un tessuto sociale lacerato dalle divisioni ideologiche concretizzatesi nella guerra di resistenza. Il mondo del lavoro partecipò in maniera straordinaria a quel processo di ricostituzione infrastrutturale di un paese in ginocchio. Quasi sempre lo fece senza alcuna garanzia e con modalità di regolamentazione del lavoro di stampo ottocentesco. Nel 1952, Giuseppe Di Vittorio fondatore della CGIL, parlò apertamente di una pianificazione del mondo del lavoro pronunciando per la prima volta la parola statuto. L’intento era quello di rendere la neonata Repubblica una vera democrazia nella quale i lavoratori, con le garanzie istituzionali, rappresentassero la punta più all’avanguardia del sistema sociale. L’etica del lavoro come coscienza di una intera nazione. Ma le grandi imprese si misero di traverso. Nessuna doveva entrare nella gestione aziendale e gli operai politicizzati vennero perseguitati, i licenziamenti rappresentavano la normalità, le donne trattate in regime di semi schiavitù. Per tutti gli anni ’60 ci furono autunni caldi di rivendicazioni sindacali. Scioperi, manifestazioni, presidi, sit-in si susseguirono in tutt’Italia. E molte furono anche le pallottole che volarono e le manganellate di un sistema che non voleva piegarsi alla novità democratica.

Il PCI e il PSIUP si astennero in parlamento sul voto finale allo statuto dei lavoratori sottolineando che, nonostante la portata innovatrice dello statuto, vi erano ancora elementi di arretratezza e ambiguità e che in alcuni articoli si tutelavano ancora le prepotenze dei padroni in luogo dee diritti del lavoratore.

Lo statuto, quindi, non fu una elargizione assistenziale, fu una straordinaria conquista. In esso vi erano scritte le tappe fondamentali di una emancipazione sociale, culturale e politica che avrebbero dato dignità al più sacro ei diritti, il lavoro.

Perché ricordare questa pagina ancora oggi? Perché soffermarsi, anche con enfasi sulla sua portata democratica e civilizzatrice? Perché negli ultimi decenni i diritti dei lavoratori sono stati costantemente bersaglio di una becera campagna di denigrazione. Hanno provato in tutti i modi, in nome di una modernizzazione del mondo lavorativo, a smantellarne l’ossatura originaria. Il dogma della precarizzazione, che sposa benissimo le politiche neoliberiste della destra in tutto il mondo, e del licenziamento sono la stella polare di una economia sempre meno attenta alla dignità e sempre più interessata al profitto. Purtroppo, anche la sinistra ha avuto le sue colpe inseguendo modelli di sviluppo cari alla destra in una pazza rincorsa al capitale. Non possiamo non ricordare il job act e tutto il suo corollario di attacchi al mondo del lavoro.

Lo spirito fondante di questo blog risiede nella ricerca, speriamo non illusoria, di mettere insieme le varie anime della sinistra, perché riteniamo anacronistica una divisione delle forze di progresso di fronte alle nuove sfide del terzo millennio. Ma per stare insieme bisogna avere un minimo comune denominatore. E nessuna forza che si richiama agli ideali della sinistra può non avere come cuore del suo agire politico il mondo del lavoro. Le crescenti diseguaglianze sociali, la lotta alla criminalità organizzata, la piena parità di genere si combattono solamente mettendo al centro il lavoro e la sua forza ideale e emancipatrice. Non ci interessa dove saranno gli altri, ci interessa sapere dove saremo noi. E noi siamo e dobbiamo essere sempre al fianco dei lavoratori per riconquistare diritti perduti, rafforzarne altri e conquistarne ancora di più.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”