Michele Andonaia – “Palabra enseña, el ejemplo guía

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Ricordo lo sgangherato ferry-boat attraccare nel porto di Palermo con le lamiere di ferro che si contorcevano e sembravano lamentarsi dal dolore. Ricordo le arance rosse che ci furono date dai volontari. E ricordo che, mentre guardavamo il monte Pellegrino, le aprimmo senza un coltello facendoci scorrere il succo vermiglio tra le increspature delle dita. Pensai al sangue di via Capaci e, per la prima volta, pensai a Giovanni Falcone.

Quel giorno, quel maledetto giorno dei funerali, io ero a Palermo.

La città aveva una luce irreale. I raggi del sole erano lame che ferivano gli occhi e si riflettevano sui lenzuoli bianchi appesi ai balconi. I vecchi compagni della Fiom mi passavano accanto con i loro visi rugosi impregnati di salsedine e sudore. Palermo sembrava guardarci in silenzio, distaccata, forse assente. Come se Cosa Nostra fosse cosa vostra, come se quel fiume di persone fossero frames di una pellicola proiettati su uno schermo. Avevo 23 anni e una coscienza marxista. Tra le strette stradine della città sentivo la voce ancestrale di una terra millenaria e l’odore del pane cunzato con alici che fuoriusciva dalle rosticcerie. La piazza antistante la Basilica di San Domenico era stracolma, schiumante di rabbia. La voce degli altoparlanti ferì il silenzio della mia coscienza e le parole della vedova dell’agente Schifano mi riportarono alla realtà del luogo. Nel clangore disperato della folla, mi sovvenne alla mente un murale arrugginito del Che con su scritto “la palabra ensena el ejemplo guia”, la parola insegna l’esempio guida.

 Falcone era l’esempio che guidava, l’esempio portato al sacrificio estremo, le sue parole l’insegnamento per tutte le generazioni. La politica deve essere l’esempio che guida. E la scuola il luogo sacro dove trasformare le parole che insegnano in esempi concreti di rettitudine. Gridiamo con forza ogni giorno che la mafia è “una montagna di merda” e Giovanni Falcone non sarà morto invano.

Lo dobbiamo a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino, a Mimmo Beneventano a Pasquale Cappuccio. Lo dobbiamo ai nostri giovani. Lo dobbiamo a noi stessi.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”