Marisa Cassese – Perché ognuna di noi potrebbe essere Silvia Romano

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Ritengo sia opportuno, ora come ora, fare una riflessione sulla vicenda della cooperante italiana Silvia Romano e, ancor di più, parlarne a distanza di settimane dalla sua liberazione, quando cioè la maggioranza dell’opinione pubblica ha oramai dimenticato chi sia questa ragazza.

Silvia Romano, poco più che ventenne, parte alla volta del Kenya per prestare volontariato in una onlus italiana quando, il 19 settembre del 2018, viene rapita nel villaggio di Chakama e poi ceduta ad un altro gruppo di sequestratori e trasferita in Somalia. L’incubo di Silvia finisce l’8 maggio 2020, quasi due anni dopo, quando, nel bel mezzo di una pandemia, fa ritorno in Italia. L’operazione dell’intelligence italiana è stata conclusa dopo le lunghe trattative che quest’ultima ha intrattenuto con il gruppo di al Shabaab, legato ad al Qaida, al quale presumibilmente sarebbe stato pagato un riscatto.

I dettagli storici della vicenda sono noti a tutti, quello che invece si ignora è l’aspetto umano della questione che anche, e soprattutto, l’eccessiva accezione mediatica ha contribuito a far tralasciare. È cosi, infatti, che Silvia Romano è diventata da vittima a carnefice, macchiata dalla imperdonabile colpa di aver fatto ritorno in Italia con in testa un velo, incolpata di una presunta conversione e di una conseguente connivenza con i terroristi islamici.

Anche i più strenui difensori dell’uguaglianza e i portatori dei valori di libertà, si sono fermati ed hanno guardato con perplessità le immagini di una ragazza tornata da 18 lunghi mesi di prigionia in terra straniera, provando a scrutare e a leggere nel suo volto e nei suoi abiti tutti i dettagli dell’ignoto a cui dare la colpa. Le prime voci sulla gravidanza poi smentita, il pagamento e la consistenza economica del riscatto, la lettura del Corano da parte della ragazza e la sua conversione hanno riempito i giornali con titoloni esorbitanti che ci hanno distratto niente poco di meno che da una pandemia in corso, a ridosso dell’inizio della prima fase due che, ricordiamo, avrebbe dovuto restituirci al mondo diversi e cambiati nell’animo.

Quel giorno mi sono messa nei panni di Silvia Romano ed ho pensato che da un momento all’altro anche io avrei potuto, e potrei, decidere di lasciare tutto per dedicarmi al prossimo. Anche io potrei essere rapita, sequestrata, privata delle libertà che ora do per scontate e ripensare alla tranquillità di casa mia, sentire il dolore dei miei genitori sapendomi lontana e forse morta. Silvia Romano potrei essere io ma potrebbe essere anche la tua compagna, tua sorella, tua figlia, tua nipote. E allora perché giudicare?

Quando ho visto il sorriso di Silvia Romano ho banalmente pensato che finalmente avrebbe avuto la possibilità di riabbracciare i suoi cari ma che quell’incubo se lo sarebbe portato addosso per tutta la vita. Di certo, però, non ho pensato a tutto l’odio che l’opinione pubblica era pronta a riversarle addosso, giudicandola per 20 secondi di video e poche parole detto dopo l’atterraggio in Italia, questo no, non l’ho pensato.

E allora mi chiedo: perché, oltre al dramma vissuto, questa ragazza è stata costretta a subire insulti, ingiurie, minacce di ogni tipo? Chi siamo noi per giudicarla perché si, anche se è stato pagato il riscatto, non siamo i padroni della sua vita, non possiamo ergerci a giudici delle sue azioni, nessuno può farlo. E sapete perché? Perché ognuna di noi potrebbe essere Silvia Romano.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”