Michele Andonaia – I can’t breathe. Il grido delle diseguaglianze

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Ci sono frasi, scritte e foto che spesso hanno fatto la storia. Immortalano l’attimo, sottolineano momenti, scolpiscono le coscienze. Robert Capa fermò il tempo ritraendo un miliziano lealista ucciso durante la guerra civile spagnola. La sua staticità, che contrasta col dinamismo della guerra, è l’essenza del dolore e della stupidità di ogni guerra. La bambina, Kim Phuc, che corre nuda per le strade del Vietnam dopo un attacco al napalm, ci trasmette l’orrore del conflitto acuito dall’innocenza di una bambina. Le guerre sono sempre l’arma dei ricchi in una corsa sfrenata al potere. Le guerre allargano la forbice del divario sociale, scavano solchi tra le persone e alimentano le diseguaglianze.

Ma anche le scritte ti fanno male, ti incidono l’anima. Per anni, una scritta ha accompagnato la mia adolescenza. La leggevi nei quattro angoli del mio paese. Rossa sangue su muri scrostati dal tempo e dall’incuria. “Mimmo è vivo”. Non era semplicemente una scritta, un rigurgito di rabbia. Era un pugno nello stomaco a tutti i colpevoli e ad ogni cittadino. Perché, quando un giusto viene ucciso, siamo tutti colpevoli di non aver saputo difendere quella vita, di non aver saputo ascoltare quella voce e, soprattutto, di non aver onorato nel tempo quel ricordo. Una vera democrazia non crea martiri, essi nascono sempre dalle diseguaglianze e dalle ingiustizie sociali. Anche da quella più banale, la lotta tra bene e male.

E, poi, ci sono le frasi che ti entrano dentro e si sedimentano, scavano cunicoli nella mente e aprono trafori nei cuori. I can’t breathe-non posso respirare-, gridava sull’asfalto di Minneapolis George Floyd al suo aguzzino poliziotto. Perché nel Minnesota se sei nero puoi anche morire per un semplice arresto. Non importa se sei nella più evoluta democrazia del mondo, non importa se sei in diretta tv. Sei semplicemente un nero e, nel paese che vende armi come noi vendiamo caramelle, questo basta per essere un potenziale criminale.

Appunto, gli Usa si definiscono la più evoluta democrazia del mondo, il paese delle libertà e delle potenzialità di ogni cittadino. Dovremmo interrogarci molto sul concetto di democrazia e di libertà, come su quello di umanità e rispetto. Ma gli States sono anche il paese governato da un presidente che vuole iniettarsi amuchina o che si auto prescrive idrossiclorochina per il coronavirus. Una nazione governata da un irresponsabile esponente di una destra becera e ultranazionalista che invece di gettare acqua sul fuoco dinanzi ad episodi di razzismo usa parole al vetriolo e aizza gli animi. In una nazione che ha un sistema sanitario ad appannaggio dei ricchi, una scuola solo per facoltosi e un capitalismo devastante con tycoon che possono addirittura sedere nella stanza ovale della Casa Bianca. Ma Trump, purtroppo, non è solo. Imitato e scimmiottato da altri leader mondiali. Capi di Stato o di partito che al grido di Dio, patria e famiglia sono la punta di un’ultra destra che sta mettendo radici in molti paesi. Orban, Le Pen, Akesson, Alternative für Deutschland, Bolsonaro, Salvini e Meloni solo per citarne alcuni incitano all’odio sociale e alla paura del diverso, sputano fuoco sulle diseguaglianze sociali con ricette populistiche e demagogiche. Perché il vero obiettivo del nazionalismo è solo e semplicemente l’odio verso i deboli, verso gli ultimi.

-Non posso respirare- non è solo il grido di un uomo che muore ma lo la voce rantolosa di un mondo che vede ancora trionfare le diseguaglianze. Un mondo nel quale pochissimi gestiscono la ricchezza e quasi tutti vivono in condizioni di miseria e indigenza.

Un mio caro compagno, Antonio, mi ricorda sempre una frase di Giovanni Paolo II detta a Massimo D’Alema in occasione di un incontro ufficiale. Il Papa disse: Io ho combattuto tutta la vita il comunismo ma ora che è crollato mi domando, chi difenderà i poveri?

Il compito della sinistra deve essere sempre quello di difendere i poveri e gli emarginati. Di lottare affinché le diseguaglianze sociali scompaiano. Di battersi per il lavoro e la giustizia sociale. Da quanto tempo ci siamo allontanati da tutto questo? Da quanto tempo ci siamo piegati a ricette di neo economia liberista? Da quanto tempo abbiamo dismesso la tuta degli operai e indossato il doppiopetto? Non arretriamo più di fronte alle nostre prerogative. La paura di essere impopolari ci ha condotto su strade che non ci appartengono. Dobbiamo avere nuovamente il coraggio di intestarci le nostre battaglie. Anche così si batte il virus della destra nazionalista e del populismo imperante.

La sinistra deve essere, sempre, il respiro di chi sta soffocando. 

“E' la normalità la vera rivoluzione.”