Gigi Lanni – La voce del padrone

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Intervistato da “La Repubblica” domenica scorsa, il nuovo presidente di Confindustria ha affermato: “Questa politica rischia di fare più danni del Covid”. Parole gravi e pesanti che avrebbero dovuto avere un’eco ben più vasto dei pochi interventi che ne sono seguiti. Il Presidente del Consiglio le ha definite “infelici, ma ascolteremo anche lui”, il ministro Gualtieri “ingenerose”. Il vicesegretario dem Andrea Orlando, ha qualificato “rozzo” il parallelo fatto da Bonomi fra la politica e il coronavirus, definendo non accettabile che la politica (tutta) sia accostata a un virus da un rappresentante economico, mentre Del Rio, capogruppo dem alla Camera, ha auspicato che Bonomi ogni tanto parlasse di quanto l’evasione fiscale sia un cancro per il Paese. Quelle parole sembrano provenire da un soggetto “altro”, estraneo al sistema Paese, alle sue dinamiche ed alle sue relazioni sociali ed industriali. Ma davvero Confindustria non ha nessuna autocritica da rivolgersi? Oppure, come sempre accade, gli errori, le colpe, le responsabilità sono sempre altrove ed in casa propria è tutto immune da esami, analisi ed obiezioni? Il mondo dell’ impresa chiede attenzione, soldi e politiche favorevoli ai governi, cioè fa politica; non esita a comprimere diritti e garanzie per i lavoratori. Servirebbe, invece, più coraggio. Le imprese, piccole, medie e soprattutto grandi, hanno, oltre al diritto di chiedere e alla libertà di negoziare, una grande responsabilità. Dovrebbero subito, oggi e non domani, andare a fondo e trovare risposte oneste rispetto agli errori commessi, alle scelte opportunistiche fatte, alla scarsa visione di lungo termine che hanno mostrato in tante occasioni. Non mancano gli esempi a cui guardare. Ci sono imprese, di ogni dimensione, che hanno scelto da tempo una strada diversa. Sono quelle che hanno investito in ricerca e innovazione, in formazione, che hanno scommesso sul proprio capitale umano e hanno relazioni sindacali solide con i propri dipendenti. Sono le imprese sane che possono guardare al futuro gestendo il contraccolpo della crisi del Corona-virus senza pensare solo a tagliare, a licenziare, a difendersi. Confindustria ed i suoi vertici non sanno che nelle relazioni con i dipendenti, operai ed impiegati, è esistito (esiste?) l’istituto delle dimissioni in bianco una pratica diffusa, consistente nel far firmare al lavoratore o alla lavoratrice le proprie dimissioni in anticipo, al momento dell’assunzione; da completare poi, riempiendo il foglio con la data desiderata a fronte di una malattia, di un infortunio o di una gravidanza? Un autentico ricatto. Per contrastare tale pratica, nel 2007, il governo di centrosinistra varò una legge che è stata poi abrogata nel maggio 2008 dal governo Berlusconi. Nel 2012, dopo il cambio di governo e a seguito di una forte campagna di mobilitazione per il ripristino della legge, il governo italiano ha inserito una nuova disciplina del contrasto alle dimissioni in bianco. Ancora, come ha scritto Arturo Scotto, coordinatore di Articolo Uno, ” lo sconto Irap generalizzato nel mese di giugno è l’esempio più palese e sfacciato di battere cassa. Lo prende chi ha pagato un prezzo al lock-down e chi ha quasi raddoppiato il fatturato. Tutti uguali, tutti sanati. Ancora una volta un pezzo delle classi dirigenti soffia sul fuoco del populismo anti sistema per guadagnarci qualche soldo”. E continua: “il tema del ricorso al credito garantito dallo Stato da parte di alcune grandi imprese. Lo fanno anche quelle che negli anni hanno portato sede legale e sede fiscale altrove. Cosa che non è accaduto in Germania. La Volkswagen, Bmw e Mercedes pagano le tasse laddove producono e fanno profitti. Oppure la Francia dove Renault in un paradiso fiscale sarebbe impensabile. Al netto del giudizio morale, dopo che soltanto quest’ anno gli azionisti si sono spartiti cinque miliardi e mezzo di dividendi della Fca non appena consumato il matrimonio con La Peugeot colpisce la richiesta di 6,3 miliardi di prestiti. Il messaggio è implicito: o ci date questi soldi oppure prendiamo baracca e burattini e trasferiamo altrove”. Queste pressioni non sono politiche? Non puntano a condizionare l’agire di un governo? L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. Così la nostra Costituzione, riconoscendo al lavoro la dignità che spesso nelle aziende italiane viene umiliata, calpestata, perché spesso si è costretti ad accettare condizioni di lavoro pesanti, irregolari, non corrispondenti al contratto. I datori di lavoro lo sanno bene: se non ti sta bene, la porta è lì, dietro di te c’è la fila di donne ed uomini pronti ad accettare tutto per se stessi, per la famiglia, per i figli. Per il bisogno. Nulla da dire presidente Bonomi?

“E' la normalità la vera rivoluzione.”