Perillo Gaia Nunzia – Riccardi Simona – #BlackLivesMatter, adolescenza e social.

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Di solito noi giovani veniamo giudicati come rappresentanti di una fascia d’età che non si interessa per niente ai fatti di attualità che si sentono quotidianamente al telegiornale, mentre, a discapito della consuetudinaria valutazione che alcuni adulti hanno di noi, stavolta una miriade di notizie, video e foto sconcertanti hanno invaso senza mediazioni e impedimenti la home di ogni nostro profilo social.

Per la prima volta siamo stati i primi a ricevere informazioni certe riguardo le manifestazioni contro l’abuso di potere da parte della polizia in America e in generale contro il razzismo e i primi a condividerle e a contribuire nella divulgazione del video dell’assassinio (chiamiamo le cose col proprio nome)di George Floyd da parte del poliziotto  Derek Chauvin che ha riaperto una ferita mai rimarginata, che ha funto da goccia che ha fatto traboccare il vaso già stracolmo di rabbia e voglia di giustizia.

Grazie alla Black community di tutto il mondo che si è impegnata ad informare i propri followers attraverso l’hashtag #educateyourself, abbiamo preso coscienza di ciò che sta succedendo e ci siamo sentiti in dovere di “istruirci” ed a nostra volta “istruire”, poiché nonostante non possediamo un grande potere mediatico, anche una voce può collaborare nel creare una catena di diffusione di informazioni che possa influenzare il pensiero di chi non aveva mai dato peso a questo tema.

C’è da dire però che inizialmente il coraggio di premere play a quel video è mancato e la domanda sorge spontanea: “Cosa vi ha spinto, nonostante foste impressionate dal video, a vederlo e condividerlo?”.

La risposta si nasconde in una foto tutta nera e un secondo hashtag: #blackouttuesday.

Quella valanga di post che ha momentaneamente spento i colori che inondano solitamente Instagram, il social più utilizzato da influencer e content creators, ha rappresentato un forte mezzo per esprimere la situazione di angoscia che tutti stavamo vivendo ma nello stesso tempo l’impegno da parte di chi ha un potere mediatico importante nel mettere in pausa i propri contenuti per dare spazio alle vicende non solo attuali ma soprattutto precedenti alle rivolte di questi giorni, le cause e le conseguenze del white privilege e le testimonianze di afroamericani e afro italiani, nel nostro caso, che hanno subito episodi di razzismo.

Molte sono state le polemiche circa il pericolo di condividere fake news, di informare in modo errato i propri seguaci, molti si sono nascosti dal postare foto e video riguardanti l’argomento in questione utilizzando questa giustificazione e non tenendo conto del fatto che chi non si espone, chi rimane neutrale, è parte del problema e si scaglia dalla parte degli oppressori e non degli oppressi. Da qui la frase che riecheggia nelle strade di tutto il mondo “silence is violence” cioè “il silenzio è violenza”.

Le televisioni stesse non hanno perso tempo a divulgare notizie con cui il pubblico riesce facilmente ad empatizzare (si legga dell’elefantessa incinta uccisa dai petardi nascosti in un ananas) omettendo o parlando poco di George Floyd e di tutto ciò che c’è dietro le manifestazioni e i saccheggi di questi giorni.

Questi ultimi sono stati al centro della quasi totalità dei servizi che in certi casi hanno fatto passare quasi tutti i manifestanti per barbari e vandali. In quanto bianchi, però riceviamo in regalo vantaggi immeritati e involontari invisibili ai nostri occhi, che ci rendono esempio di normalità e di conseguenza  dei privilegiati rispetto a chi ha una pelle diversa dalla nostra, a chi cioè rischia di morire per strada senza un apparente motivo e per questo, non rappresentando il colore della nostra pelle un pericolo per la nostra vita, non possiamo permetterci di giudicare il modo nel quale stanno avvenendo le rivolte in America.

Inoltre, in quanto italiani questa volta, non possiamo permetterci di estraniarci da questa situazione poiché episodi del genere sono avvenuti e continuano ad avvenire anche in Italia .Possiamo citare la strage di Piazza Dalmazia, gli omicidi di Emmanuel Chidi Nambi, Chaffar Saiffedine, Soumaila Sacko, Diouf Cheikh ma anche e soprattutto tutte le testimonianze di ragazzi afro italiani che subiscono micro aggressioni giornalmente o che pur sentendosi parte del nostro paese non possono esserne cittadini a tutti gli effetti.

E’, quindi, questo ciò che abbiamo fatto noi adolescenti in questi giorni, abbiamo ricercato, imparato, compreso, condiviso opinioni e in qualche modo aiutato, tutto grazie ai social che a differenza della scuola, a volte propongono in maniere molto più schietta e diretta notizie per noi fondamentali per affrontare il nostro presente con consapevolezza.

Dobbiamo ai social e a chi li rappresenta molto di ciò che conosciamo riguardo argomenti come questo poiché la scuola per quanto ci riesca a formare e preparare, spesso tralascia pezzi basilari del nostro essere cittadini italiani e del mondo come ad esempio la nostra costituzione dietro la quale si celano anni di battaglie per ottenere diritti che oggi diamo per scontati. Anche se i social hanno tanti lati negativi, in questo periodo hanno permesso ai soliti contenuti leggeri e allegri che nascondono la vera realtà di essere rimpiazzati da ciò che purtroppo veramente ci circonda che non è solo empatia per chi non ha i nostri stessi privilegi ma è anche disumanità e corruzione.


Piccola nota dell’autore

Humus

Aspettavo da molto questo momento, in verità il blog era nato per coinvolgere i giovani ma mai mi sarei immaginato che le prime due adesioni fossero arrivate da due ragazze di soli 16 anni. Queste due amiche Gaia e Simona condividono il loro pensiero. Hanno entrambe inaugurato una nuova sezione del sito dove tutti possono partecipare, si chiamerà Humus. La nostra terra fertile. Un grazie anche ai genitori che hanno dato il loro consenso.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”