Gigi Lanni – Dolce Enrico

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Telecronaca dei Funerali di Enrico Berlinguer

Da trentasei anni Enrico non è più con noi, tra noi. Chi, come me, ha vissuto quei drammatici giorni ne porta intatto ed indelebile il ricordo. Era il sette giugno, eravamo in campagna elettorale per le europee del 17 giugno. Enrico teneva un comizio a Padova, la piazza era, come sempre, colma di cittadini, di compagne e compagni. Nella serata si diffonde la notizia del gravissimo malore che lo aveva colpito mentre ci aveva pronunciato le sue ultime parole: ” Compagni, lavorate casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini, con la fiducia per le battaglie che abbiamo fatto, per le proposte che presentiamo, per quello che siamo stati e siamo. E’ possibile conquistare nuovi e più vasti consensi alle nostre liste, alla nostra causa, che è la causa della pace, della libertà, del lavoro, del progresso della nostra civiltà”. Un male devastante che non lasciava spazio alla speranza che noi tutti, invece, volevamo continuare a coltivare. Seguirono giorni di ansia, di angoscia, appesi alle notizie de “L’Unità” e dei notiziari radio e televisivi; fino all’undici giugno quando fu reso noto che Enrico era morto. Tra i tanti, uno dei ricordi più forti ed intensi è quello di Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, che mormorava; “Lo porto via con me a Roma. Lo porto via, come un amico fraterno, come un figlio, come un compagno di lotta”. Entrava in ospedale a Padova per la seconda volta in poche ore. Viso stravolto, occhi lucidi, il presidente della Repubblica si avviava con un passo fermo verso il letto di Berlinguer. La folla l’ aveva salutato con un lungo applauso, qualcuno lo aveva chiamato papà. Una donna gli ha gridato: “Enrico ci manca!”. Lui ha risposto: “Ci manca Enrico, ma non il suo esempio”. Poi l’ultimo saluto al suo amico Enrico. Poi era cominciato il doloroso viaggio alla volta di Roma e le auto in corteo si erano dirette verso l’ aeroporto di Venezia, tra due ali interminabili di folla. Fiori, lacrime, pugni chiusi, applausi. Il tredici giugno i funerali a Roma, in Piazza San Giovanni, ai quali parteciparono quasi 2 milioni di persone: i più grandi funerali della storia d’Italia del Novecento (superati nel 2005 solo da quelli per Papa Giovanni Paolo II). Eppure Enrico era un comunista, era il segretario del partito di opposizione per eccellenza, quello contro il quale si era scritta la storia italiana del dopoguerra. Era il capo di quella sinistra che non aveva mai governato perché il mondo diviso in blocchi non lo permetteva. Eppure la sua morte fu un dolore collettivo, una ferita nel cuore di milioni di italiani che seguirono i funerali in diretta su tutte le televisioni. La piazza era un mare di bandiere rosse, il volto di donne, uomini, giovani ed anziani rigato dalle lacrime,segni di croce, preghiere, pugni chiusi. A Roma c’erano tutti: i suoi compagni, i suoi avversari, i più grandi capi di Stato e di governo. Tutti a rendere omaggio ad Enrico, che era molto amato dalla sua gente ed era rispettato da tutti. Di lui Enzo Biagi disse semplicemente:” Sentivi che credeva a quello che diceva”, Oggi, a distanza di trentasei anni, mi piace ricordare, perché le sento mie, le parole di Arturo Scotto, coordinatore di Articolo Uno, scritte esattamente un anno or sono. Dovrebbero portare tutti noi a riflettere ed interrogarci sulla figura e l’insegnamento di Enrico e sulla miseria della politica attuale. “No, non siamo stati degni eredi di Enrico Berlinguer. Lo abbiamo agitato come una bandiera a ogni anniversario, ne abbiamo citato “ad usum delphini” per le interviste più importanti, abbiamo usato le sue frasi nei comizi per strappare un applauso in più. Eppure, di quella lezione abbiamo conservato poco o nulla. Non siamo stati degni eredi, dunque, perché ne abbiamo fatto un amuleto, un santino da esibire per proclamare una diversità che funzionava a corrente alternata, nei giorni pari e non nei giorni dispari. Per questo, se vogliamo evitare di essere patetici, dovremmo trasmettere il suo messaggio agli italiani nella sua interezza, persino nelle sue contraddizioni. Perché quella idea di una società più giusta e libera rappresenta ancora il bisogno principale della maggioranza degli italiani. E un’indicazione irrinunciabile della lotta che va portata avanti. Era un uomo politico serio, non un’icona da tatuare sul braccio”. La sua lezione, il suo carisma, la sua sobrietà, la sua riservatezza, la sua serietà, la sua cultura mi hanno avvicinato, adolescente, alla politica. Oggi che ancora mi commuovo a rivedere le immagini di Padova e di Roma e che invito tutti ad andare a vedere sul web, soprattutto ai più giovani, voglio ricordarlo con le parole che Antonello Venditti gli dedicò in una sua celebre canzone:” Chiudo gli occhi e penso a te, dolce Enrico, nel mio cuore accanto a me, tu sei vivo. Chiudo gli occhi e tu ci sei, dolce Enrico”.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”