Gaetano Cutolo – 12 Giugno- Giornata mondiale contro il lavoro minorile

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India, Cina, Pakistan, Nigeria, Congo ed altri stati considerano una parte della popolazione come se fosse proprietà privata. Queste persone vivono come schiavi moderni, intere famiglie alienate dei propri diritti con l’intenzione di sfruttamento e prevaricazione. In questi stati carogna, la povertà rurale provoca una crescente e costante migrazione verso le città e come conseguenza una minore possibilità di un futuro migliore. Le industrie che esportano merci a basso costo cercano di impiegare manodopera tra i poveri delle aree rurali ed i bambini sono a buon mercato. Lavorano nelle cave di pietra, nei cantieri, sui telai dei tappeti, nelle officine che producono articoli in ottone, fuochi d’artificio, ceramiche e si trovano sistematicamente loro malgrado in molte altre situazioni pericolose.

Con ogni probabilità molti di noi hanno indossato capi di abbigliamento che sono stati prodotti in queste aree rurali dove le famiglie povere devono mandare i figli ad adoperarsi per poter sopravvivere. Alcuni bambini iniziano in giovane età e non di rado a 4 o 5 anni. Questo essere sfruttati impedisce ai bambini di andare a scuola, perdono l’autostima e oltre a non vivere il presente non hanno vedute per un futuro migliore.

I bambini devono giocare e studiare non lavorare, a tal proposito vorrei raccontarvi la storia di una piccolo Pakistano, Iqbal Masih.

Iqbal nacque nel 1983, figlio di una poverissima famiglia, all’età di 4 anni venne venduto per poche Rupie (circa 12$) ad un produttore di tappeti. In Pakistan la forma più comune è la schiavitù per debiti, una tecnica spesso utilizzata dai datori di lavoro. Se i lavoratori aumentano ulteriormente i loro debiti, gli altri membri della famiglia sono spesso costretti ad aiutare il datore di lavoro gratuitamente. Secondo la Walk Free Foundation, ci sono circa 10 milioni di bambini lavoratori in Pakistan. A causa di questo meccanismo Iqbal venne ridotto in schiavitù, maltrattato e legato al telaio, il piccolino con le sue manine agili era costretto a lavorare 12 ore al giorno per produrre tappeti che con ogni probabilità avrebbero adornato le case di qualche ricco occidentale. Iqbal riesce a scappare, rifiuta di tornare dal suo padrone e prende coscienza dell’ingiustizia e delle sopraffazioni di cui sono vittime i tanti bambini sfruttati come lui. La sua storia inizia a fare il giro del paese attraverso i giornali locali, si ritroverà con il passar del tempo a girare il mondo a denunciare gli sfruttatori. Il suo attivismo, quello dei locali e le pressioni internazionali portarono alla chiusura delle fabbriche che avevano ridotto in schiavitù migliaia di bambini.

Iqbal Masih mori a 12 anni sparato alla schiena in circostanze misteriose. Rimangono le sue gesta, le sue parole: “Da grande voglio fare l’avvocato e lottare perché i bambini non lavorino troppo”.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”