Michele Andonaia – Iconoclastia e iconodulia

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Le statue meritano rispetto? Nessuno penserebbe mai di vandalizzare un’opera di Fidia, di Prassitele o di Michelangelo. Sarebbe un oltraggio alla storia, una ferita inferta a quel patrimonio artistico che non ha solo il valore intrinseco di opera d’arte ma assume un carattere di identità culturale dell’intera umanità. No, le statue dell’antichità non si toccano. Non è questione di iconodulia, non è una laica ieraticità, è una sacralità di specie a-cultuale che ci porta al rispetto dell’opera indipendentemente da ciò che rappresenta.

Eppure, negli ultimi giorni, in varie parti del mondo si sta sviluppando un nuovo movimento iconoclasta che distrugge, dileggia le statue di vari personaggi che hanno il torto di essere icone di un passato coloniale e sembrano essere in odore di razzismo.

Negli Stati Uniti, a farne le spese sono state le statue di famosi confederati, fantasmi da cancellare, orgoglio di quel sud schiavista che avevano combattuto contro l’esercito Unionista del nord. Il generale Lee, il presidente Jefferson e, finanche, la statua di Cristoforo Colombo, lo scopritore delle Americhe, reo di essere il precursore di uno stuolo di colonizzatori e sfruttatori bianchi. Tutte queste statue erano li da decenni a testimoniare pezzi di storia che ora sembrano un pesante e ingombrante retaggio di un passato da dimenticare.

È un ritorno di un paulicianesimo in salsa americana? Le motivazioni, questa volta non sono di natura religiosa. Non si combatte una guerra santa contro le immagini. Non siamo di fronte alla bieca ignoranza talebana che si è concretizzata in una iconoclastia devastante verso le statue sacre del Buddha. Questa volta è una rivolta che parte dal basso, dalla pancia di quello strato di popolazione che appare esclusa dal luccicante mondo della ricchezza e del potere. Sono afroamericani, latinos, e tutta quella fetta di popolazione emarginata sia per il colore della pelle che per la condizione sociale. Ogni statua che cade è un duro colpo all’american dream è a quel mondo capitalistico che promette la felicità a tutti.  L’America sembra improvvisamente scoprire il suo lato oscuro razzista. Eppure, non più di quattro anni fa aveva scelto un presidente che non hai mai nascosto le sue tendenze razziste.

Qualche giorno fa, nei giardini pubblici di Milano, è stata imbrattata con della vernice rossa la statua di Indro Montanelli e sono apparse delle scritte di accusa al giornalista di razzismo e stupro. Più che una iconoclastia è stato un atto di iconocromia, che paradossalmente ha reso la statua più interessante. Era il caso di dedicare un giardino pubblico a Indro Montanelli?  Montanelli era in Eritrea nel 1935 come volontario nelle truppe di occupazione fasciste. Comprò una bambina di 12 anni, un animalino docile la definì successivamente, che, secondo la regola del madamato a tempo, divenne sua moglie. Di questo scomodo passato, il giornalista non si pentì mai. Anzi, lo raccontò come un fatto normale, senza pudore, senza vergogna.

 Il dibattito tra gli intellettuali italiani è stato, in questi giorni, accesissimo. Lo stesso sindaco di Milano ha difeso la sua scelta di non togliere la statua dai giardini pubblici. Tutti i difensori del giornalista hanno risposto che la storia va contestualizzata, che una vita si giudica nella sua interezza, che gli hanno sparato le BR perché difendeva la libertà, o semplicemente perché scriveva bene, era un maestro.

Cavolo, nessuna di queste affermazioni mi convince. Certo che bisogna contestualizzare la storia, che banalità. Anche Hannah Arendt contestualizzò la figura del nazista Adolf Eichmann e ne venne fuori un concetto di banalità del male, commesso quasi con naturalezza. Il male come ordinarietà, il male atroce fatto perché il contesto storico lo giustificava.  Un male fatto con la prepotenza del potere, con l’imbecillità della supremazia della razza. Un male, come tutto il male, imbecille.

E anche la storia che una vita va letta nella sua interezza mi sembra una giustificazione risibile. Una etica olistica non può essere una morale smemorata. Soprattutto, se le macchie, piccole o grandi, che tutti abbiamo sulla coscienza non vengono recusate e emendate.
Non tutte le statue meritano rispetto.

Tutti gli uomini meritano rispetto, ma i deboli e gli sfruttati meritano un rispetto maggiore e infinito.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”