Michele Saviano – Lettera aperta

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Carissimi,
dopo giorni di attenta meditazione, ho deciso di scrivervi (decisione condivisa, peraltro, con alcuni miei compagni di viaggio) al fine di presentarvi alcune amare riflessioni, relative al clima politico che, purtroppo, si continua a respirare nel nostro Paese e, più in particolare, nella nostra regione.
Come alcuni di voi sapranno, all’indomani dei disastrosi risultati elettorali del 4 marzo 2018 ho deciso di tesserarmi al Partito Democratico, unendomi alla sezione del comune di Ottaviano: decisione né banale né scontata per uno, come me, che, al netto della propria storia politica trentennale, dopo l’abbandono di un ormai fatiscente Partito Comunista, non aveva più voluto vincolarsi ad una tessera. E tuttavia, dati i tristi presupposti e i gravi pericoli che gravavano sulle spalle del Paese, mi è apparsa come una scelta doverosa: proprio in virtù dei miei ideali e della lunga esperienza di militanza politica, sempre e comunque a sinistra, non potevo assistere inerte al trionfo di una destra nazionalistica e xenofoba, non potevo restar fermo di fronte ai rigurgiti fascisti diffusi dal Salvini di turno e dai suoi proseliti. Al tesseramento ho, inoltre, congiunto un impegno politico, come sempre, attivo: oltre ad esercitare presso il comune di Ottaviano la funzione di consigliere comunale, infatti, da quasi un anno sono entrato a far parte dell’assemblea regionale del partito, attualmente diretta da Leo Annunziata.
La scelta di gettarmi nuovamente nella mischia, assieme a un discreto numero di compagne e compagni, rispondeva alla chiamata alle armi di un neoletto segretario di partito, Nicola Zingaretti, che aveva reintrodotto nell’agone politico quei termini di discussione e quegli ideali che costituiscono, o dovrebbero costituire, la base della buona politica: integrazione, progresso culturale, un pluralismo rispettoso dei principi su cui la nostra Repubblica è stata fondata e, ancora, il rispetto dell’ambiente, la lotta per l’uguaglianza sociale e per la dignità del lavoro, la realizzazione di uno sviluppo sostenibile, l’attenzione verso i territori e verso le fasce deboli della popolazione. Temi che, naturalmente, mi hanno infuso una nuova voglia di fare, di apportare un contributo costruttivo alla ricostruzione di un Paese moralmente e materialmente in frantumi e che mi hanno permesso di non vacillare neppure di fronte all’imprevedibile svolta dell’agosto scorso, di fronte al rischio che tutte le buone intenzioni professate soltanto pochi mesi prima potessero infrangersi nell’incontro-scontro con una realtà, quale quella del Movimento 5 Stelle, improntata al facile populismo e, purtroppo, totalmente priva di riferimenti valoriali. Credevo, infatti, che la nostra identità politica, pur nella costruzione di un percorso collaborativo, memore dei recenti rischi legati all’appello leghista ai “pieni poteri”, sarebbe rimasta integra; credevo, insomma, che avremmo saputo riaffermare con orgoglio la nostra alterità rispetto ai facili nazionalismi, rispetto alle politiche inerti di chi, invece di lavorare per il futuro del Paese, si accontenta di inseguire il volatile consenso dei social network.
A più di un anno di distanza dal momento in cui ho abbracciato quella tessera, tuttavia, le mie speranze sembrano ora vacillare. Che le cose non sarebbero andate proprio come avevo, magari ingenuamente, sperato, avrei forse potuto intuirlo dall’inspiegabile assenza di una seria autocritica rispetto alla spaventosa serie di sconfitte elettorali che continuavano a fustigare, da nord a sud, il PD. Né poteva bastare il pur gioioso risultato dell’Emilia-Romagna a negare l’evidenza di un sostanziale sgretolamento di ogni rapporto tra il partito e il tessuto civico del Paese. Forse avrei dovuto comprendere che i nomi che contano, all’interno del partito stesso, non avrebbero adeguatamente soppesato il significato delle decine di circoli rionali e comunali che continuavano a scomparire o a subire un destino di desertificazione. Di certo, comunque, ho dovuto prendere atto della lacerazione che ancora si allarga e che vede il PD sempre più lontano dai territori, dalle periferie, da quei luoghi e da quella gente ormai costretti, da decenni, a sopravvivere nel degrado e in una dilagante rabbia sociale.
Ho dovuto arrendermi a questa triste evidenza per esperienza personale: l’assemblea regionale del Partito Democratico, della quale, come ho detto, faccio parte, nel corso dell’ultimo anno non si è riunita che una sola volta; i dirigenti regionali e provinciali del partito sono rimasti invisibili e spesso irreperibili di fronte ad una realtà comunale come quella di Ottaviano, vessata da annose difficoltà all’interno delle quali, tuttavia, la manovalanza di partito cercava di barcamenarsi portando il proprio contributo.
Sul macrolivello nazionale, d’altra parte, la situazione non appare di certo migliore: a quasi un anno dall’ingresso del Pd nell’attuale formazione di governo, ciò che mi colpisce è l’assenza totale di un progetto concreto, di un’idea per il futuro del Paese. E, come certo saprete, la mancanza o, peggio, l’ambiguità di idee e di ideali non produce buoni frutti. Di qui, ad esempio, l’assurdo stato di abbandono in cui versa il settore della scuola, coi suoi funambolici sistemi di reclutamento per i docenti, senza che, peraltro, si intraveda la volontà di investire su strutture e progettualità concrete, attraverso una politica culturale chiara e di respiro internazionale, capace di rendere nuovamente all’istruzione la sua funzione di ascensore sociale e di valorizzare quelle eccellenze che, troppo spesso, sono costrette ad emigrare in altri posti del mondo; di qui, ancora, la mancanza di un progetto lucido e concreto che consenta ad un Paese arretrato come il nostro di avanzare in settori ormai imprescindibili, con lo sviluppo di un’economia sostenibile, con la valorizzazione del nostro patrimonio ambientale e culturale.
Ancora più grave, forse, è l’assenza di coraggio e, appunto, di identità di un partito che, dopo aver denunciato l’eccessivo liberismo renziano, lascia quasi intatti gli aspetti più scabrosi del Jobs Act, senza alcun rispetto per la dignità dei lavoratori, sempre più tartassati dalla piaga del precariato. L’ignavia, ancora, di un partito che, dopo essersi fatto paladino dei valori partigiani e aver, più che giustamente, denunciato l’ascendenza neofascista delle frange salviniane, dopo ben 10 mesi di governo non ha, tuttavia, ancora abrogato i Decreti Sicurezza: quelle leggi barbare e francamente razziste restano ancora al proprio posto, quasi a sbeffeggiare gli ideali che hanno fondato la nostra identità politica e nazionale, quasi a denunciare un pericolo che credevamo di aver scampato e che, invece, è oggi più che mai reale. I vertici di partito si sono probabilmente assuefatti a una politica essenzialmente fondata sulla ricerca del consenso ad ogni costo. Noi, per fortuna, crediamo ancora che la politica sia ben altro.
E allora ci appelliamo ancora a quel che questo partito prometteva di essere: una forza politica di sinistra, capace di ritrovare il rapporto con le persone, di veicolare i fervori delle piazze sane, dei giovani che ci chiedono di parlare di ambiente, di salari, di ricerca, di integrazione, di equità sociale. Oggi, mentre mi chiedo dove sia quella democrazia eponima di cui tanto ci si vorrebbe vantare, oggi, mentre mi chiedo dove siano finiti gli appelli alla pluralità e alla partecipazione attiva, alla valorizzazione delle dialettiche interne, al recupero di una credibilità politica e valoriale, oggi, più che mai, mi piacerebbe parlare di quei temi che, per fortuna, prima del lock down ancora infiammavano circoli, piazze e strade, lontani dalle sale e dai palazzi che contano, eppure intrisi di entusiasmo e grandi sogni. Perché di quei temi chiederò conto a quanti, nelle prossime settimane, usciranno dall’ombra per iniziare a tessere i consueti, periodici calcoli elettorali.
Se è vero che un abito non fa un monaco, è altrettanto vero che una tessera in tasca non fa di un politico un politicante. Io, dentro o fuori da un’etichetta, continuerò a combattere, con gli stessi ideali che porto avanti da 30 anni. A preoccuparsi, piuttosto, dovrebbe essere l’anima di questo partito impaludato e arroccato su sé stesso, ormai schiavo di annosi personalismi e di dinamiche baronali: un partito quasi scomparso dalla mappatura delle amministrazioni comunali e ormai da anni lontano dal governo di una città importante come Napoli. Non c’è da stupirsi, se anche ora, a pochi mesi dalle elezioni regionali, i vertici di partito restano lontani ed evanescenti, almeno qui, nelle trincee di frontiera: riappariranno, probabilmente, tra non molto, porgendoci liste preconfezionate alle quali, durante un aperitivo, ci chiederanno di portar voti. Chiederemo, a quel punto, dov’è stata, fino ad ora, nascosta l’anima democratica di questo partito. E qualcuno, forse, farebbe bene ad iniziare a formulare delle risposte.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”