La Democrazie e la rappresentanza

Whatsapp

Parto con una premessa. Ho convintamente votato No al referendum costituzionale del 20 e 21 Settembre sulla riduzione del numero dei parlamentari. Quindi, rientro in quel 30% degli elettori che si è schierato, per varie e spesso diverse ragioni, contro questa “sforbiciata” tout court di onorevoli e senatori. Ma le analisi di un voto si fanno a posteriori e devono necessariamente partire dai risultati, dai numeri, freddi e oggettivi. Sgomberando il campo da un uso inveterato del concetto che la maggioranza ha sempre ragione, tesi smentita dalla storia, le grandi dittature del ‘900 troppe volte sono nate dal volere popolare, un consensus gentium, è comunque, opportuno interrogarsi sul quel 70% di elettori che ha votato SI al quesito referendario. I promotori del taglio numerico di deputati e senatori ha fatto una campagna elettorale basata su alcuni, e dal mio punto di vista, discutibili punti fermi. Cavalli di battaglia sono stati il risparmio economico che il taglio avrebbe prodotto, lo snellimento delle procedure parlamentari e, soprattutto, un segnale forte verso la casta impersonata dagli onorevoli. Un taglio numerico fatto alla sanfrasò, se vi suona meglio alla sans façon, senza una azione preliminare sui collegi elettorali e senza una legge elettorale che giustificasse il nuovo totale numerico. Mi si dirà, ma che vecchi e stantii ragionamenti, sanno troppo di politichese, sembrano frasi da Prima Repubblica. Forse sarà colpa della mia obsolescenza neuronale, forse sono stato abituato a lunghe e interminabili analisi politiche, ma resto intimamente convinto che una riforma costituzionale di tale portata richiedesse una attenta e approfondita analisi preliminare. Qualcuno, meschino, ha addirittura tirato in ballo Nilde Iotti, sperando di dare un pedigree nobile all’idea del taglio. Rispondo con le parole di Agostino Spataro, giornalista e parlamentare del PCI, “sostenne la riduzione del numero dei parlamentari soprattutto per rinvigorire e rilanciare il ruolo del Parlamento e non per indebolirlo, delegittimarlo”. Ecco il punto nodale. Non è una questione numerica, ogni stato ha il proprio numero di parlamentari e il proprio rapporto tra eletti e elettori. È una questiona di sostanza. Il taglio dei parlamentari va inserito in un quadro ampio di riforme costituzionali e elettorali, ma deve assolutamente tenere presente il rapporto con il concetto di rappresentatività, cuore della democrazia. In questo secolo abbiamo velocemente e inesorabilmente eroso il concetto di rappresentanza. Si badi bene, in democrazia la rappresentanza non è solo nei parlamentari. Esso risiede nel tessuto sociale stesso di una società. Nel secolo scorso era incarnato nelle sezioni di partito, nei collettivi opera, studenteschi. Essi erano le antenne di un territorio. Erano spazi di parola e di confronto, di disputa e proposta. Berlinguer una volta affermò: “Politica si faceva nel ‘ 45, nel ‘ 48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato”.

 La democrazia vive di partecipazione, di critica dialettica, di istanze dei territori che gli eletti devono interpretare. È la costituzione che si declina in una straordinaria partecipazione collettiva. Ridurre la rappresentanza in questo momento storico potrebbe portare al vuoto della partecipazione. Potrebbe generare l’effetto contrario, uno iato tra cittadini ed eletti. Purtroppo, Beppe Grillo ha così chiosato dopo la vittoria del SI “Non credo più in una forma di rappresentanza parlamentare, ma credo nella democrazia diretta fatta dai cittadini attraverso i referendum”.

Si ma almeno così elimineremo tanti stipendi inutili, altro punto forte dei fautori del Si. Tralascio la parabola del caffè risparmiato per ogni italiano. Mi chiedo, scusate il mio essere sempliciotto in economia, ma non era meglio tagliare lo stipendio della metà? Fissare un emolumento adeguato per i parlamentari, un obolo che non facesse gridare allo scandalo? Ragionamento troppo semplice, da piccolo umanista che capisce poco di matematica.

Mi conforta sapere, stando alle dichiarazioni dei vincitori, che i 400 deputati e i 200 senatori saranno sicuramente i migliori. Degli aristoi che grazie al numero ridotto faranno sfavillanti riforme per il bene del paese. Non litigheranno mai, forse solo qualche volta altrimenti non c’è sfizio e potrebbe sembrare tutta una messinscena, e i lavori parlamentari fileranno lisci come l’olio. Forse, ma sono malpensante, non era il caso prima di pensare ad una riorganizzazione dei poteri delle due camere prima di ridisegnarle numericamente?

Infine, la casta. Si è radicato uno strano concetto in questi ultimi decenni. Tutto ciò che sa di potere è necessariamente casta. Lungi da me difendere le caste, di qualsiasi genere. È un concetto che non mi appartiene e resto nauseato al solo pensiero delle chiuse consorterie che gestiscono politica, economia, università e tanto altro. Appunto, questo è il paese delle caste, contro le quali ho lottato e lotterò. Ma la politica vista come casta mi sa tanto di populismo, di arrevotapopuli demagoghi, di Masanielli del terzo millennio. Serpeggia forte quel pernicioso sentimento dell’antipolitica in salsa post ideologica. Una crociata contro il potere per abbattere la casta. Mi chiedo e vi chiedo, ma è giusto combattere contro la casta e partorire un’oligarchia? Nessuno si è chiesto come saranno i prossimi collegi elettorali? Avranno dimensioni enormi, da Gaeta a Sapri, e i candidati dovranno sostenere spese mastodontiche per farsi conoscere e, magari, eleggere. Chi potrà farlo? Forse i soliti noti, plutocrati della politica, tycoon e figli di..

“E' la normalità la vera rivoluzione.”