-NOVEMBRE- In ricordo di Mimmo Beneventano”

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È uno strano tempo quello che stiamo vivendo. Un Novembre sospeso nel quale le ombre lunghe dell’autunno disegnano chiaroscuri di paura. È il tempo dell’incertezza, che crea un non vissuto lacerante. E le foglie rinsecchite di rosso brunastro scandiscono asincronie difficili da interpretare. Cerchiamo certezze laddove, invece, regnano i dubbi della mente che spesso, troppo spesso, generano mostri. Il tessuto sociale si sfalda sotto l’attacco di un nemico invisibile, la socialità si annacqua fino a scomparire e le distanze dagli altri sono solchi nell’anima.

Anche quarant’anni fa era un Novembre fosco e plumbeo. Un nemico, stavolta visibile, depositava il rosso del sangue sulle stesse foglie caduche. Una intera comunità assisteva, spesso nascondendosi dietro innocenti finestre, all’escalation di violenza della camorra. Come se il chiuso delle stanze potesse essere il diaframma da opporre alla realtà. Mentre fuori scorreva un tempo reo ed empio.

E in quello tsunami violento la barbarie degli uomini recideva il fiore di altri uomini. Uomini che avevano osato gridare nel vento la loro rabbia. Uomini che avevano deciso di mettere sul cuore e negli occhi la lotta alle diseguaglianze, spesso incrociando la pietas cristiana con l’etica marxista. In quel tempo in bianco e nero, che sembrava già sbiadito nel 1980, una mattina di novembre ad Ottaviano fu ucciso Mimmo Beneventano, medico, consigliere comunale, poeta, comunista.

Non tornava al suo nido, usciva dalla casa che senza di lui sarebbe stata romita. Ucciso sotto gli occhi della madre, perché non c’è nulla di più cattivo della cattiveria umana. Chi lo fece pensò di spegnere per sempre una voce scomoda, una voce coraggiosa, una voce che non aveva timore di chiamare la camorra col suo vero nome e di sputargli in faccia sempre e ovunque il loro essere ferini. Ma i violenti sono spesso degli stupidi, sprovveduti e barbari. Non sanno che dagli uomini perbene spesso nascono i miti. E un mito non puoi ucciderlo col piombo né zittirlo con la paura.

Quella paura che percorse la mia comunità, quella paura che non ti fa reagire e ti fa chinare il capo contro le ingiustizie. Quella stessa paura che alimenta solo i poteri criminali, i potenti, i dittatori.

A molti sembra un tempo lontano, a molti un tempo dimenticato. Eppure, siamo cresciuti e diventati grandi percorrendo strade che avevano muri con scritto “Mimmo è Vivo”. Il rosso della scritta ha incrociato i nostri sguardi e spero le nostre coscienze milioni di volte. Ora è scomparsa, vittima degli anni e delle ricostruzioni. Ma è scomparsa dai muri imprimendosi nei reconditi di chi crede ancora che le istanze di libertà e giustizia, di eguaglianza e di lotta siano vive come è vivo un mito, come è vivo Mimmo.

Novembre ritorna ancora con le sue giornate corte e le sue foglie leggere che volano nell’aria. Il tempo completa il suo giro e riaccende i nostri pensieri. Che Mimmo possa vivere per sempre in ognuno di noi, con le sue poesie, col suo volto barbuto, con la sua voce. A noi resta il compito, fondamentale, di non dimenticare e di trasmettere alle future generazioni.  Lo dobbiamo a questa nostra città, lo dobbiamo al Paese, lo dobbiamo a noi stessi.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”