Una storia lunga 100 anni

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Si dice che chi non ha memoria non abbia futuro. Ma il ricordo della memoria non è un semplice esercizio formale. La memoria è il vissuto personale e collettivo nel quale ricercare se stessi per leggere la linea d’orizzonte del futuro. Eppure, troppo spesso la lettura del passato può essere inficiata dal sentimento del dolore del ritorno, quella che i tedeschi chiamano Heimweh e che noi mediterranei conosciamo come nostalgia.  Il grande filosofo di Meßkirch, Martin Heidegger ci parla di nostalgia come speranza sottile. Non un disperato ritorno alle nostre origini, alla nostra casa, ma come una lucida consapevolezza della nostra umana finitezza che ci spinge angosciosamente a liberarci dalle verità definitive e a riprendere il mare aperto verso nuove verità.

È proprio per questo che la lettura di una storia lunga cento anni come la nascita del Partito Comunista Italiano non può essere letta con gli occhi intrisi dalle lacrime del ricordo ma deve essere una lettura storica e principalmente politica. Nei turbolenti anni che seguirono il Primo conflitto mondiale, le tensioni sociali e gli scontri di classe erano sul punto di esplodere. Nel Gennaio del 1921 si tenne a Livorno il XVII congresso del Partito Socialista Italiano. All’interno di quel grande calderone socialista vi era una fazione, Ordine nuovo, guidata da Gramsci, Togliatti, Terracini, Tasca che riteneva impossibile continuare l’esperienza all’interno del partito che si alleò con l’ala massimalista di Bordiga. Il 21 gennaio fu sancita la scissione e nacque il Partito Comunista d’Italia-sezione dell’Internazionale Comunista. Alcuni anni dopo, lo stesso Gramsci e Togliatti rilessero quei giorni che portarono alla divisione della classe operaia italiana con uno spirito autocritico. Indubbiamente, la frattura che nacque rese più debole il movimento operaio e aprì, in un clima di incertezza politica nazionale, la strada verso la nascita e l’affermazione del partito fascista. Ancora Togliatti, sconfessando la dirigenza settaria di Bordiga, primo segretario, aprì alla nascita di un partito comunista di massa, vicino agli interessi del proletariato, seppe definire con lucidità storica il fascismo come regime reazionario di massa. Le tensioni interne tra troskisti bordighiani e filo internazionalisti gramsciani portarono all’ allontanamento definitivo di Bordiga con il conseguente avvicinamento storico-politico-ideologico con l’Unione Sovietica.

Il buco nero del regime oscurò la crescita del partito comunista, e di ogni altra forma di partecipazione democratica. Solo dopo l’armistizio del ’43, gli esuli militanti comunisti fecero clandestinamente ritorno in patria per partecipare alla guerra di Liberazione.

La storia del PCI del secondo dopoguerra è caratterizzata da una costante presenza nel tessuto sociale italiano. Una grande forza politica di massa che ha contribuito alla crescita democratica, sociale e culturale del nostro Paese. Una storia fatta di conquiste sociali, di emancipazione, di coraggio. Una storia, come tutte le grandi storie, fatta anche di errori, di compromessi e di autocritica. Ma non fu mai una storia elitaria, partorita da intellettuali avulsi dal contesto storico. Non vi fu mai un diaframma tra le istanze proletarie e la politica del fare. Emanuele Macaluso, scomparso in queste ore, ha sempre ricordato che il Pci non tradì mai il popolo “Mio padre era manovale nelle Ferrovie e ho vissuto nei quartieri degli zolfatari (i miei nonni lavoravano nelle miniere) e furono la questione sociale e l’antifascismo a spingermi verso il Pci. E non sono stato di certo un’eccezione; tanti dirigenti del Pci venivano da una storia che, dopo la Liberazione, intrecciava le lotte contadine ed operaie con le battaglie per le prime ed essenziali conquiste sociali. Si era con il popolo e il suo modo di essere. Tu ricordi Bruno Trentin, intellettuale e segretario della Cgil negli Anni Ottanta. Ma Trentin era nella Cgil con Di Vittorio, Bitossi, Parodi, Roveda, Novella, tutti di origine operaia: dopo Lama e l’operaio Pizzinato fu segretario della Cgil e, in precedenza, anche della Fiom, con una grande capacità di legame, non solo con la «classe» ma con singoli operai.”. Un grande afflato popolare unì le rivendicazioni dei lavoratori verso la conquista di una giustizia sociale e verso l’eliminazione delle diseguaglianze.

Cosa resta di quella straordinaria storia secolare oggi? Giorgio Gaber ha mirabilmente ricordato perché eravamo comunisti: “Qualcuno era comunista perché aveva bisogno di una spinta verso qualcosa di nuovo. Perché sentiva la necessità di una morale diversa. Perché forse era solo una forza, un volo, un sogno. Era solo uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita. Qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come Più di se stesso: era come due persone in una Da una parte la personale fatica quotidiana E dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo. Per cambiare veramente la vita”.

Eravamo comunisti perché volevamo cambiare la vita. Non la nostra vita, la vita di tutti. Volevamo un mondo migliore e credevamo fermamente nell’onestà e nell’esempio. O perché come diceva Berlinguer “Io sono comunista. Da giovane ho fatto una scelta di vita: stare dalla parte dei più deboli, degli sfruttati, dei diseredati, degli emarginati. E lo farò fino alla fine della mia vita.”.

Anche mio padre era comunista e partigiano, e anche mio padre avrebbe compiuto quest’anno cent’anni. Voglio vivere entrambi i ricordi senza il dolore del ritorno a casa, senza l’angoscia opprimente che tutto sia andato perso. Senza il vuoto delle parole e il deserto delle idee. Voglio che miei figli portino avanti i miei ideali e la mia disperata ricerca della libertà di pensiero e spirito critico, perché in ogni porto sentano il profumo di Itaca e in ogni onda della vita sentano il coraggio della speranza e la forza per creare un mondo migliore.

“E' la normalità la vera rivoluzione.”